Omelia nella V domenica di Pasqua

Domenica 10 maggio 2020

 
Arriva prima o poi nella vita del cristiano il momento in cui ci si domanda: “Che cosa significa, alla fine, amare Gesù, amare Dio?”
Quel Dio che si è imparato a chiamare col nome di Padre, che si è imparato a riconoscere nel volto, nei gesti e nelle parole del Figlio Gesù, che cosa significa amarlo? Come si esprime questo amore?
Riusciamo meglio a spiegare l’amore verso una persona ma verso Dio? Verso Gesù?

Amare Gesù vuol dire diventare suoi discepoli. 

I discepoli sono coloro che stabiliscono una relazione profonda con il maestro, con Gesù. Ascoltano la sua parola, vedono le sue opere, imparano a vedere le cose come Lui, a soffrire come Lui e ad amare come Lui. Amare Gesù vuol dire continuare a seguirlo, ad essere suoi discepoli, per cercare di fare nostri i suoi sentimenti, i suoi pensieri, i suoi gesti. Vuol dire incarnare nella nostra vita la sua vita, il suo spirito di Signore risorto.

Amare Gesù vuol dire diventare uomini e donne liberi.

Nel vangelo abbiamo sentito Gesù dire: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama”. C’è chi dice: “Come si fa ad essere liberi seguendo i comandamenti? Delle norme così esigenti? E così lontane nel tempo?” 
Eppure, se guardiamo la vita dei primi discepoli di Gesù, gli apostoli, se li vediamo subito dopo la Pasqua, notiamo come, mossi dallo Spirito, iniziano un cammino di libertà: non hanno paura di uscire dal Cenacolo e iniziare ad annunciare che quel Gesù che era stato crocifisso è ora risorto e vive alla destra del Padre. Il libro degli Atti degli Apostoli è pieno di questi segni di libertà. Addirittura, i discepoli non hanno paura di essere derisi, persino incarcerati a motivo dell’annuncio deI Vangelo. I discepoli amando Gesù sono liberi. Liberi di parlare e di tacere, liberi di ridere o di piangere, di percorrere strade nuove e di sbagliare strada per poi pentirsi e ripartire. 
È un dono da invocare quello di sentire che amando Gesù, seguendo i suoi comandamenti accresciamo la nostra libertà. I comandamenti non sono un vincolo, un peso a cui obbedire, ma un argine per far scorrere in maniera più libera e ordinata la nostra vita. Pensiamo a quante leggi sarebbero superflue se ci impegnassimo davvero ad osservare i comandamenti e soprattutto a come la vita migliorerebbe osservando i comandamenti: “Non rubare”, “non uccidere”, “non dire falsa testimonianza”; “onora il padre e la madre” …
E poi il comandamento nuovo di Gesù: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Quanta libertà c’è in un comandamento così. Non libertà di fare qualsiasi cosa passi per la testa ma qualcosa che conduce ad amare davvero. Amare Gesù significa crescere nella libertà.

Amare Gesù vuol dire amare il prossimo.

Sono le due facce della stessa medaglia dell’amore: l’amore verso Dio e verso il prossimo. S. Giacomo nella sua lettera dice: “Non possiamo amare Dio che non vediamo se non amiamo il fratello che vediamo”. 

Amare Gesù vuol dire anche lasciarsi amare.

Amare non è un semplice atto di volontarismo, di impegno. È un movimento del cuore, della mente, di tutto se stessi. Sarò capace di amare il Signore e gli altri se a mia volta mi sentirò amato dal Signore e dagli altri. C’è una dimensione dell’amare che non è solo attiva ma anche passiva, quella del ricevere. E proprio perché si è ricevuto che si è capaci di dare. Nella seconda lettura abbiamo sentito S. Paolo esortare i filippesi così: “Risplendete come astri nel cielo”. Le stelle riflettono la luce ricevuta dalla luna che a sua volta riflette la luce ricevuta dal sole. Risplendere come astri nel cielo è riflettere l’amore ricevuto.

Ricordiamo in questa domenica la Festa della Mamma. Ecco, ogni mamma con il suo carico e investimento d’amore per i figli genera in loro a sua volta una capacità di amare, di risplendere nel mondo. Diciamo oggi dunque anche la nostra riconoscenza alle mamme per il dono che sono o che sono state per noi e continuiamo a invocare la madre di tutti, Maria, perché sappiamo sentirci suoi figli amati.

Don Andrea


 

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