La vocazione nasce nel silenzio del cuore
Fin da piccolo sono stato educato dalla mia famiglia e soprattutto dalla mia comunità cristiana a pregare per la mia vocazione e per le vocazioni. Allora associavo facilmente a questo termine solo la vocazione al presbiterato e quella alla vita consacrata. Se non altro mi è rimasta fissa nella memoria una preghiera, forse meglio una giaculatoria, che l’anziana signora della mia parrocchia faceva recitare alla fine di ogni mistero del Rosario e che aveva fatto imparare a memoria anche a noi ragazzi del gruppo chierichetti. Recitava cosi:
“O Signore, manda santi sacerdoti, missionari e ferventi religiosi alla tua Chiesa”.
Ho desiderato cominciare questa piccola riflessione con questa mia nota autobiografica, in questa domenica IV di Pasqua, dedicata da tempo ormai alla preghiera per le vocazioni, perchè mi sono chiesto chi oggi parla più, e presenta la vita di ciascuno di noi come vocazione. Ai nostri ragazzi e ai nostri giovani parliamo e presentiamo come prospettiva di vita quella della consacrazione? Quanto facciamo percepire la bellezza di una vita interamente dedicata al Signore?
Papa Leone XIV nel suo messaggio dice che questa LXIII giornata mondiale di preghiera per le vocazioni: “È un’occasione di grazia in cui condividere alcune riflessioni sulla dimensione interiore della vocazione, intesa come scoperta del dono gratuito di Dio che sboccia nel profondo del cuore di ciascuno di noi”.
Già la dimensione interiore della vocazione. La cura dell’interiorità. In un tempo come il nostro dove si esalta la superficialità, l’apparenza, parlare di dimensione interiore può apparire strano. In questi anni di ministero in mezzo a voi, per quanto mi è stato dato di poter fare, ho cercato di sottolineare questa dimensione interiore della vita, cercando di proporre soprattutto ai ragazzi e ai giovani la cura di ciò che il Signore Gesù semina nel cuore di ciascuno di loro. La difficoltà di oggi, in una società che misura tutto il valore di una persona sulla funzionalità e sull’efficientismo, mi pare sia anzitutto comprendere che ciascun giovane e ciascuna persona vale anzitutto perché è e non per quello che fa o produce. L’altissimo valore e la profonda dignità di una persona risiedono anzitutto nel fatto che ciascuno di noi è frutto di un pensiero specialissimo ed unicissimo del buon Dio. Cosi, chi non riesce a fare o a produrre rischia di essere considerato niente. Ecco perché poi si è cosi immersi nel vortice delle “cose da fare”, che ci si dimentica chi si è veramente e ci si stima, e si stimano gli altri, solo se hanno fatto e prodotto tanto. Fermarsi e imparare nel silenzio ad ascoltare se stessi e gli altri diventa oggi la medicina necessaria a tanto malessere e a tanto non senso della vita che riscontriamo in non pochi giovani e ragazzi. Riporto qui un primo paragrafo del messaggio del Papa che mi ha particolar-mente colpito mentre invito a leggerlo per intero. Cosi dice Leone XIV:
“Nel Vangelo di Giovanni, Gesù si definisce letteralmente il «pastore bello» (ὁ ποιμ ὴ ν ὁ καλός) Gv 10,11). L’espressione indica un pastore perfetto, autentico, esemplare, in quanto è pronto a dare la vita per le sue pecore, manifestando così l’amore di Dio. È il Pastore che affascina: chi lo guarda scopre che la vita è davvero bella se lo si segue. Per conoscere questa bellezza non bastano gli occhi del corpo o criteri estetici: occorrono contemplazione e interiorità. Solo chi si ferma, ascolta, prega e accoglie il suo sguardo può dire con fiducia: “Mi fido, con Lui la vita può essere davvero bella, voglio percorrere la via di questa bellezza”. E la cosa più straordinaria è che, diventando suoi discepoli, si diventa a propria volta “belli”: la sua bellezza ci trasfigura. […..] Tale relazione si edifica nella preghiera e nel silenzio e, se coltivata, ci apre alla possibilità di accogliere e vivere il dono della vocazione, che non è mai un’imposizione o uno schema prefissato a cui semplicemente aderire, ma un progetto di amore e di felicità. La cura dell’interiorità: è da qui che è urgente ripartire nella pastorale vocazionale e nell’impegno sempre nuovo dell’evangelizzazione. In questo spirito, invito tutti – famiglie, parrocchie, comunità religiose, vescovi, sacerdoti, diaconi, catechisti, educatori e fedeli laici – a impegnarsi sempre di più nel creare contesti favorevoli affinché questo dono possa essere accolto, nutrito, custodito e accompagnato per portare abbondante frutto. Solo se i nostri ambienti splenderanno per fede viva, preghiera costante e accompagnamento fraterno, la chiamata di Dio potrà sbocciare e maturare, diventando strada di felicità e salvezza per ciascuno e per il mondo. Incamminati sulla via che Gesù, il bel Pastore, ci indica, impariamo allora a conoscere meglio noi stessi e a conoscere più da vicino Dio che ci ha chiamati”.